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Il Vangelo della Domenica

13/05/2012 VI Domenica di Pasqua

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».Parola del Signore

Meditazione
Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”. Gesù ci ha amato con lo stesso amore con cui è stato amato dal Padre. Il Padre ha dato tutto se stesso al Figlio, e il Figlio, fattosi uomo, ha dato tutto se stesso a noi, rendendoci partecipi della vita divina. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. Gesù dona la vita per tutti gli uomini, ma solamente i credenti che accolgono la vita di Gesù, il suo amore, diventano di fatto suoi amici. Noi siamo suoi amici, che conosciamo l’amore di Gesù, che ha dato la vita per noi. E lo sperimentiamo quotidianamente mediante lo Spirito Santo che ci unisce a lui e al Padre. “Rimanete nel mio amore”. Gesù, fattosi uomo, è rimasto in comunione di vita e d’amore con il Padre, facendo la volontà del Padre, il quale voleva che donasse la vita per noi. Noi rimaniamo in comunione di vita e d’amore con Gesù, facendo la sua volontà: egli vuole che doniamo la vita per il prossimo. Donando la vita per il prossimo, noi rimaniamo in comunione d’amore con Gesù e sperimentiamo la sua gioia.
Da qui il suo comando: “…
che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”, ripreso dall’esortazione che troviamo nella seconda lettura: “Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio”. Per poterci amare come Gesù ci ha amati dobbiamo innanzitutto conoscere l’amore di Gesù attraverso le Scritture e sperimentarlo nella nostra vita. Le Scritture ci fanno conoscere l’amore di Gesù, in quanto raccontano tutto quello che ha fatto per noi. Le Scritture poi ci insegnano dove attingere oggi l’amore di Gesù e come riconoscerlo nelle esperienze della vita. Ci insegnano ad attingerlo nella preghiera fiduciosa e nei sacramenti. Così istruiti dalle Scritture, chiediamo a Gesù qualunque cosa. E anche se non sappiamo come ci risponderà e cosa ci accadrà, ci alziamo tuttavia risollevati, perché percepiamo la sua provvidenza divina già in atto per noi. Quando pecchiamo e istruiti dalle Scritture, andiamo a confessarci, ci alziamo con la certezza del perdono di Gesù. Le Scritture ci insegnano poi a riconoscere l’amore di Gesù nelle esperienze che facciamo. E’ lui che ci ha dato e ci dona la vita, e non ci fa mancare il pane e il vestito. E’ lui che interviene nella nostra vita, elargendoci tanti benefici. E’ lui che fa riuscire le opere che ci ha suggerito di compiere. E’ lui che ci ha dato e ci dona degli amici con cui condividere il cammino verso la sua casa. E’ lui che rende soave e leggere la nostra croce. Chi è che suscita in noi tanta compassione per le necessità del prossimo? Non è sempre lui che si è chinato sulla nostra umanità sofferente e ci chiama a chinarci come lui sulle piaghe dei fratelli? Solo sperimentando l’amore di Gesù, attingendolo nei sacramenti e riconoscendolo in atto per noi nelle esperienze, impariamo anche a donarlo attraverso le opere di misericordia spirituale e corporale. Le opere di misericordia spirituale sono: 1.Consigliare i dubbiosi. 2. Insegnare agli ignoranti. 3. Ammonire i peccatori. 4. Consolare gli afflitti. 5. Perdonare le offese. 6. Sopportare pazientemente le persone moleste. 7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.Le opere di misericordia corporale sono: 1. Dar da mangiare agli affamati. 2. Dar da bere agli assetati. 3. Vestire gli ignudi. 4. Alloggiare i pellegrini. 5. Visitare gli infermi. 6. Visitare i carcerati. 7. Seppellire i morti. Se non volessimo donarlo agli altri e trattenerlo solo per noi, ci abbandonerebbe. Dice a tal proposito la Scrittura: “Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio?”(1Gv. 3,17). E’ come un fuoco che deve ardere ed incendiare, è come una sorgente che deve scorrere e dissetare. Il primo atto d’amore che dobbiamo fare al prossimo è quello di farlo incontrare con Gesù. Dalla prima lettura apprendiamo che Dio prepara gli uomini, a qualsiasi popolo appartengano, e li conduce all’incontro con Gesù. Contemporaneamente Dio prepara i discepoli di Gesù ad andare incontro agli uomini, perchè possano conoscere il Figlio suo e sperimentare il suo amore. Sapendo queste cose, dobbiamo sentirci tutti apostoli e missionari del vangelo, e non perdere occasione per annunciare con la vita e con le parole il Signore Gesù Cristo. Dobbiamo annnunciarlo a tutti, perché Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati. Dobbiamo annunciarlo sempre, perché non sappiamo quando sono pronti a rispondergli di sì, ed ogni momento potrebbe essere quello giusto.

Preghiera
Fa rivivere, o Padre, nella tua chiesa l’entusiasmo missionario degli inizi. Il tuo Santo Spirito renda tutti i credenti missionari del vangelo. Fa che ci convinciamo che tu ci aspetti in tutti i pagani di oggi che stai attirando al tuo Cristo. O Dio, roveto che ardi senza consumarti, fa ardere tutta la nostra vita del tuo amore, perché si effonda in ogni fratello che incontriamo. O sorgente inestinguibile di carità, dissetaci e rendici sorgente che zampilla per i fratelli.


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06/05/2012 V Domenica di Pasqua

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Parola del Signore

Meditazione
Con l’immagine della vite e dei tralci Gesù descrive il rapporto vitale che si stabilisce tra lui e noi mediante la fede e il battesimo. L’immagine della vite ci vuole far capire qualcosa di questo mistero. Quindi non va presa in tutti i suoi dettagli, come direbbe san Isidoro di Pelusio. Infatti se coincidesse in tutto con la realtà a cui rimanda, non sarebbe più un’immagine, ma la realtà stessa. Noi veniamo innestati a Gesù Cristo come i tralci alla vite, per vivere della sua linfa vitale e compiere le sue opere. Il tralcio per portare frutto deve rimanere unito alla vite. Se invece viene reciso, si secca e non serve che ad essere bruciato nel fuoco. Così pure se vogliamo portare i frutti di Gesù Cristo, i frutti cioè del suo amore, dobbiamo stare uniti a lui. Da qui la sua esortazione: “
Rimanete in me e io in voi”. Si tratta di rimanere uniti a lui visibilmente nella sua chiesa, che è la manifestazione terrena di Gesù, vera vite, e invisibilmente, accogliendo la sua parola e il suo Spirito nella propria coscienza. Infatti uno potrebbe essere unito a Gesù visibilmente, in quanto partecipa alle riunioni della sua chiesa e si accosta ai sacramenti, ma non esserlo nel segreto della propria coscienza, che fa resistenza alla parola e allo Spirito di Gesù. Pensiamo all’apostolo Giuda: agli occhi di tutti era un discepolo di Gesù come gli altri, viveva con lui, lo seguiva dovunque andava, partecipò anche all’ultima cena. Ma nella sua coscienza non era attento alla parola di Gesù. Da qui il suo distacco e il suo tradimento. Gli altri discepoli erano uniti a Gesù, sia visibilmente sia invisibilmente nel segreto della propria coscienza. E anche se si smarrirono e fuggirono al momento del suo arresto, se ne pentirono subito e recuperarono la sua amicizia.
Rimanete in me e io in voi”. Per rimanere in Gesù dunque bisogna essere in comunione con lui, visibilmente nella sua chiesa, e invisibilmente, accogliendo nella propria coscienza la sua parola e il Santo Spirito. In questo modo la nostra unione con Gesù diventa sempre più stretta al punto da diventare una sola cosa con lui, nel senso che i suoi pensieri, dventano i nostri pensieri, le sue parole diventano le nostre parole, i suoi desideri e le sue azioni diventano anche i nostri. Questa unione con Gesù, vera vite, si realizza gradualmente, attraverso la crescita della sua parola e del suo Spirito in noi. La sua parola e il suo Spirito, mentre ci uniscono a lui come i tralci alla vite, ci fanno amare “con i fatti e nella verità”, dando della nostra vita al prossimo come Gesù ci ha mostrato e insegnato. Il frutto di cui parla Gesù nel vangelo è l’amore che si fa dono di vita. Abbiamo ascoltato nella seconda lettura che uno può amare “con i fatti e nella verità”, e sentirsi ancora rimproverare dalla coscienza. Questo succede a motivo dei peccati e delle imperfezioni che rimangono in noi, pur essendo in comunione con Gesù. Dobbiamo perciò crescere nella comunione con Gesù fino alla perfezione, come lui stesso ci ha comandato, per non sentirci rimproverare nulla dalla nostra coscienza. Frattanto, quando la coscienza ci rimprovera qualcosa, pur essendo in comunione con Gesù, dobbiamo rassicurarla che Dio ci perdona ogni nostra debolezza. Diverso è il caso di chi si sente rimproverare dalla coscienza, perché non vive in comunione con Gesù, in quanto sta lontano dalla vita della chiesa e non si alimenta più della Parola e dello Spirito Santo. Costui deve prendere sul serio i rimproveri della coscienza e non deve dormire sui suoi peccati, ma ricorrere subito al medico celeste che lo riaccoglierà nella comunione con Gesù. Quando poi siamo in comunione con Gesù e la coscienza non ci rimprovera nulla, “abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui”. Infatti il cristiano perfetto si trova nella stessa situazione di Paolo il quale poteva dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Il suo cuore e la sua volontà sono diventati un tutt’uno con il cuore e la volontà di Gesù Cristo. Per questo ottiene qualsiasi cosa chieda, perché è secondo i desideri di Dio. Come ci ricorda la prima lettura, la chiesa “si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. La chiesa conosce due tipi di crescita: una è quella dei credenti che progrediscono nel timore del Signore, l’altra è quella dei nuovi figli, che credono in Gesù Cristo. La chiesa si arricchisce di nuovi figli attraverso il battesimo, mentre progredisce nella comunione con Gesù soprattutto mediante l’eucaristia. L’eucaristia ci infonde l’amore di Gesù, che ha obbedito al Padre fino alla morte di croce, nutrendo in noi il desiderio e la volontà di fare solo ciò che piace a Dio. Le due crescite sono interdipendenti, nel senso che più noi cristiani diventiamo santi, più si convertono a Gesù nuove persone, e più si convertono a Gesù nuove persone e più noi siamo spinti ad aderire a lui, facendo la volontà di Dio. “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”.


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29/04/2012 IV Domenica di Pasqua

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». Parola del Signore

Meditazione
Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”. Quando Gesù pronunciava queste parole pensava certamente ai cattivi pastori del suo popolo, che invece di pascerlo, prendendosene cura, pascolavano se stessi, pensando a sfruttarlo per i propri interessi. Contro questi cattivi pastori ripetutamente Dio aveva fatto udire la sua riprovazione per bocca dei profeti: “Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d'Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?”(Ez. 34,2). Nel Salmo 53 parlando di malfattori, tra cui bisogna annoverare certamente i cattivi pastori, Dio arriva a dire che divorano il suo popolo come il pane. Al contrario Gesù è il buon pastore che dà la vita per le pecore, cioè per i credenti, facendosi loro nutrimento con la parola e l’eucaristia. Gesù è il buon pastore capace di dare la vita per le pecore, perché gli appartengono. Difatti egli è il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce. Egli è venuto a raccogliere in un unico gregge, le pecore che gli appartengono, sia quelle provenienti dal giudaismo, sia quelle provenienti dalle genti. “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. Questa conoscenza di cui parla Gesù riguarda l’esperienza cristiana, per cui noi sperimentiamo l’amore di Gesù e ci sentiamo spinti a riamarlo. A tal riguardo l’apostolo dice: “Egli ha dato la vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”. Dobbiamo dare la vita per il prossimo, amandolo, perdonandolo, aiutandolo. Facendo così imitiamo il buon pastore, che dà la vita per il suo gregge. Noi diamo la vita per i fratelli, a motivo di Gesù, che ci chiede di imitarlo: “Amatevi come io vi ho amati”. Diamo questa vita che finisce, per riavere da lui la vita che dura in eterno. In ogni tempo, poi, Gesù sceglie tra le sue pecore alcuni chiamati ad essere strumenti del suo servizio specifico di pastore. Si tratta dei vescovi e dei sacerdoti, chiamati a compiere a favore del gregge il servizio di Gesù: insegnare, santificare, guidare. Insegnare con la sua parola, santificare con i suoi sacramenti, guidare con il suo discernimento. I pastori, sapendo che sono solo strumento del buon pastore e che rimangono sempre pecore del suo gregge, per svolgere bene l’opera che gli è stata affidata, devono lasciarsi ammaestrare da Cristo, nutrendosi abbondantemente della sua parola, devono lasciarsi santificare da lui, accostandosi ai sacramenti, devono lasciarsi guidare da lui attraverso un direttore spirittuale. Infatti solo istruiti sapranno istruire, solo santificati sapranno santificare, solo guidati sapranno guidare. Questo non significa che l’efficacia del loro servizio dipende dalla loro santità, in quanto non distribuiscono i loro doni ma quelli di Gesù. Tuttavia i cattivi pastori, paradossalmente, mentre distribuiscono i doni di Gesù, possono diventare di impedimento ai fedeli che devono accoglierli. Infatti i fedeli mentre ascoltano le parole di Gesù dalla bocca di un cattivo pastore, non si soffermano su di esse, ma sui peccati di colui che parla. Se ai pastori si richiede di dispensare i doni di Gesù in comunione con lui, accogliendoli quindi prima per se stessi, alle pecore si richiede di accogliere con prontezza i doni di Cristo dalle mani dei suoi pastori. “Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”. Le pecore di Cristo ascoltano la sua voce che risuona sulla bocca dei suoi pastori. Si accostano ai sacramenti di Cristo dispensati dalla chiesa, sapendo di ricevere la grazia di Cristo. Accettano i consigli dei pastori come il discernimento di Cristo sulla loro vita. In questo modo cresciamo tutti come pecore di Cristo, camminando su questa terra verso i pascoli della vita eterna.


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22/04/2012 III Domenica di Pasqua

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni»”. Parola del Signore

Meditazione
In questo brano del vangelo bisogna notare tre cose: la prima riguarda le apparizioni di Gesù risorto, la seconda riguarda l’apertura della mente dei discepoli da parte di Gesù, la terza riguarda la testimonianza dei discepoli.
In questo brano c’è un riferimento all’apparizione di Gesù risorto ai due discepoli di Emmaus: “…
l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”, e il racconto dell’apparizione di Gesù “agli Undici e a quelli che erano con loro”. Ai due discepoli di Emmaus Gesù era apparso mentre rievocavano il rito dell’ultima cena. Nel presente racconto Gesù appare agli Undici e agli altri mentre stanno parlando di lui: “Gesù in persona stette in mezzo a loro”. Con queste due apparizioni Gesù volle confermare quello che aveva promesso ai suoi discepoli, quando disse: “In verità vi dico: dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là ci sono io in mezzo a loro”. E poi istituendo l’Eucaristia aveva detto ai suoi: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo”. Dopo l’ascensione Gesù non sarebbe apparso più nella sua individualità umana ai suoi discepoli, ma essi avevano la certezza che Gesù era con loro ogni volta che si radunavano nel suo nome per celebrare l’Eucaristia. Misero per iscritto queste esperienze perché noi che abbiamo creduto in Gesù, grazie alla loro predicazione e testimonianza, ci convinciamo sempre più che Gesù è con noi quando ci raduniamo nel suo nome e soprattutto quando celebriamo la santa Eucaristia. Gesù risorto aprì la mente dei discepoli, perché comprendessero che tutto quello che gli era capitato, la passione, la morte e la risurrezione, era stato preannunciato nelle Scritture. I discepoli come tutti gli israeliti conoscevano benissimo le Scritture, la legge di Mosè, i Profeti e i Salmi, che ascoltavano ogni sabato nella sinagoga. E tuttavia non erano stati capaci di comprenderle e di cogliere la loro realizzazione negli avvenimenti della Pasqua di Gesù. Gesù “aprì loro la mente per comprendere le Scritture”, mostrando come le antiche Scritture avevano predetto la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione. Le profezie riguardani la Pasqua di Gesù sono sparse nell’Antico Testamento un po’ dovunque. Bisogna metterle insieme per avere una visione unitaria della Pasqua di Gesù. C’è tuttavia un passo dell’A. T., il capitolo 53 di Isaia, che offre una visione chiara della futura Pasqua di Gesù. Leggendolo si ha subito la sensazione di trovarsi davanti ad una descrizione dettagliata dei fatti piuttosto che davanti ad una profezia. Eppure si tratta di una profezia scritta circa 500 anni prima della Pasqua di Gesù. I discepoli, dopo che Gesù aprirà la loro mente, sapranno riconoscerlo, sulla base delle Scritture, come il Cristo atteso e come il Signore.
Di quelle antiche profezie si sono realizzate la passione, la morte e la risurrezione di Gesù. Resta ancora da realizzarsi il seguito: “
nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme”. I discepoli ora sono testimoni, non solo perché hanno visto Gesù crocifisso e risorto, ma perché hanno conosciuto la sua identità e il significato della sua Pasqua: l’espiazione dei peccati di tutti gli uomini e la loro riconciliazione con Dio. “Di questo voi siete testimoni”. I discepoli, dopo aver usufruito del dono della Pasqua di Gesù, lo Spirito Santo, e del suo frutto, la pace, dovranno predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato come i discepoli, nel caso specifico Pietro, annunciano Gesù Cristo morto e risorto, esortando gli ascoltatori alla conversione per ricevere il perdono dei peccati. La conversione significa volgersi a Gesù, credendo che lui è il Cristo, di cui avevano parlato i profeti, ed è il Figlio di Dio, morto per i nostri peccati e risorto renderci partecipi della vita divina. Alla conversione segue l’incontro con Gesù nel sacramento del battesimo e poi negli altri sacramenti. Nella seconda lettura, Giovanni si rivolge a coloro che sono già cristiani: “
vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto”. Dopo esserci convertiti a Gesù e aver ricevuto il perdono dei peccati, non dovremmo ritornare a peccare, sottomettendoci di nuovo alla schiavitù del demonio. Ma se fossimo ricaduti, sappiamo che Gesù intercede ininterrottamente per noi presso il Padre, ottenendoci sempre il perdono di Dio, che dopo il battesimo possiamo ricevere nel sacramento della penitenza. Per un cristiano la ricaduta nel peccato dipende da una esperienza debole con Gesù Cristo. Ci sono diversi passi del Nuovo Testamento in cui si dice che colui che ha conosciuto Gesù, cioè ha fatto la sua esperienza, non può più peccare. L’incontro con Gesù è così travolgente che, dopo averlo sperimentato, non vogliamo più peccare per non perdere la sua amicizia. Perciò: “Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità”. Vuol dire che non lo ha conosciuto veramente, perché se l’avesse conosciuto non vorrebbe più peccare ma solo amare come lui.
Dopo aver ascoltato questi insegnamenti, dobbiamo desiderare ardentemente di conoscere Gesù, di fare la sua esperienza, in modo da non peccare più, trasgredendo i comandamenti. Chi fa un’esperienza forte di Gesù, avrà ancora dei peccati veniali, da cui pentirsi e per cui chiedere perdono, ma non cederà volontariamente al peccato, perché nessuna tentazione potrà spegnere il fuoco d’amore che Gesù ha acceso nel suo cuore. Sapendo dove il Signore si fa presente (Scritture, sacramenti, comunità, poveri e sofferenti), andiamogli incontro senza stancarci per sperimentare la sua presenza sensibilmente e diventare suoi testimoni nel mondo.


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16/04/2012 II Domenica di Pasqua

Dal vangelo secondo Giovanni

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”.
Parola del Signore

Meditazione

Il dono della Pasqua di Gesù è lo Spirito Santo e il suo frutto è la pace: “
Soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo»”. Gli apostoli sono i primi a ricevere il dono della Pasqua di Gesù, lo Spirito Santo, che li purifica dai peccati e li rende figli di Dio, effondendo nei loro cuori la pace. Si tratta di una pace a tutto campo: pace con Dio, pace con se stessi, pace con il prossimo e pace con la natura. Gli apostoli ricevono da Gesù il mandato di continuare la sua missione, quindi di conferire lo Spirito santo agli altri uomini.
La condizione per poter ricevere il dono della Pasqua di Gesù è la fede: “
Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da DioE chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”. Bisogna credere che Gesù di Nazaret è il Cristo atteso, di cui avevano parlato i profeti, ed è il Figlio di Dio, che si è fatto uno di noi. Ma bisogna credere anche che è risuscitato dai morti. Infatti se non fosse risuscitato dai morti, non potrebbe essere il Cristo, visto che le profezie avevano preannunciato la risurrezione del Cristo. Se non fosse risuscitato dai morti, non potrebbe essere Figlio di Dio, perché vorrebbe dire che non è stato capace di vincere la morte. La fede dunque è rivolta a Gesù Cristo, Figlio di Dio, risuscitato dai morti. Con la sua morte ha vinto il demonio, il peccato e la morte. E con la sua risurrezione rende gli uomini partecipi della vita divina, mediante lo Spirito Santo. Gli apostoli, dopo aver ricevuto il dono della Pasqua di Gesù, devono portarlo agli altri uomini che crederanno al loro annuncio: “Abbiamo visto il Signore!”. Gesù, infatti, come abbiamo detto, è il Figlio di Dio, quindi Signore, ed è risorto dai morti per non morire mai più. Tommaso non vuole credere all’annuncio degli apostoli, che costituiscono la Chiesa che sta nascendo: “Se non vedo...e non metto il mio dito..., io non credo”. Tommaso vuole una prova sensibile e tangibile che Gesù è davvero risorto. Gesù gli da’ questa prova, accompagnandola con un monito per quelli che in futuro, come lui, avrebbero trovato difficoltà a credere all’annuncio della Chiesa: “Non essere incredulo, ma credente!”, e con una beatitudine per quelli che avrebbero creduto senza chiedere prove sensibili: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. La fede è dunque l’inizio per la rinascita alla vita dei figli di Dio, che si realizza nel battesimo. Nel battesimo, mentre l’acqua lambiva il nostro capo, invisibilmente il sangue di Cristo ci purificava dai peccati e lo Spirito Santo ci rendeva figli di Dio, diffondendo nei nostri cuori l’amore di Dio. Mediante lo Spirito Santo sperimentiamo l’amore di Dio che ci perdona dai peccati, infondendo la pace nella nostra coscienza, e riceviamo la forza per amare Dio e il prossimo. L’amore a Dio e l’amore al prossimo sono per noi inscindibili e intercomunicabili, come l’acqua nei vasi comunicanti. Come ci diceva la seconda lettura, la prova che stiamo amando Dio e il prossimo è data dall’osservanza dei comandamenti, che non sono gravosi, perché lo Spirito Santo che è in noi li scrive nei nostri cuori. Dobbiamo perciò custodire lo Spirito Santo mediante la fede. E per custodire la fede, abbiamo bisogno di vivere nella chiesa, dove siamo stati rigenerati mediante il battesimo. “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola”. Vivevano in comunione: una comunione interiore, “un cuore solo ed un’anima sola”, e una comunione esteriore, “mettevano in comune quello che avevano”. In un altro passo si dice che “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nella preghiera”. La vita della prima comunità cristiana deve essere il modello per le comunità cristiane di tutti i tempi. La caratteristica di questa comunità è la comunione. I membri di questa comunità si ritrovano spesso per ascoltare l’insegnamento degli apostoli, per la frazione del pane (espressione per indicare la santa Messa), per pregare. E soprattutto si amano aiutandosi a vicenda anche con la condivisione dei beni. Infatti se condividiamo i beni di Dio, e siamo chiamati a condividerli in pienezza nell’altra vita che dura in eterno, possiamo non condividere i beni di questo mondo destinati a perire? Vivendo in comunione con la Chiesa, crescerà la nostra fede e cresceremo nella comunione con Dio e con il prossimo. Con la fede che opera mediante l’amore continueremo a vincere il mondo, sia perché non ci lasceremo risucchiare nel gorgo dei peccati, sia perchè strapperemo delle anime ai suoi vortici per condurle a Gesù Cristo.


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08/04/2012 Pasqua di Resurrezione

Dal vangelo secondo Giovanni
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”.
Parola del Signore

Meditazione

Davanti alla tomba vuota di Gesù, Pietro e Maria di Magdala non sanno che cosa pensare: “
Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. Gesù aveva annunciato per ben tre volte la sua passione, morte e risurrezione, che sarebbero avvenute come predicevano le Scritture. Ma i discepoli si soffermavano solo sull’annuncio della passione e della morte e non lo comprendevano, perché non si accordava con la loro idea del Cristo. Né capivano che cosa volesse dire risuscitare dai morti, come si ricava dal racconto della trasfigurazione. Quando poi avevano visto Gesù soffrire e morire sulla croce, andati in crisi, non si erano ricordati delle sue parole profetiche. Nè si erano preoccupati di verificare che quello che era accaduto a Gesù fosse avvenuto secondo le Scritture. Così si trovano impreparati davanti alla tomba vuota di Gesù, non sapendo che cosa pensare. L’apostolo Giovanni, a differenza di tutti gli altri, “vide e credette”, vide la tomba vuota e incominciò a credere nella risurrezione di Gesù. Anche durante la passione si era comportato in modo diverso dagli altri. Quando tutti avevano abbandonato Gesù, solo lui aveva avuto il coraggio di seguirlo fino alla croce. Così, anche ora, mentre tutti non capiscono che cosa sia avvenuto al corpo di Gesù, Giovanni solo “vide e credette”. Si tratta ancora di una fede iniziale, che Giovanni tenne per sé senza condividere con gli altri apostoli e discepoli. Poi Gesù risorto apparirà ripetutamente agli Undici e agli altri per quaranta giorni, preparandoli per la missione a tutti gli uomini. Gli apostoli diventano così per tutti gli uomini i testimoni prescelti da Dio della risurrezione di Gesù. Nella prima lettura abbiamo ascoltato il kerigma della chiesa delle origini, ossia l’annuncio che la chiesa faceva di Gesù Cristo. Il kerigma era rivolto a quelli che sentivano parlare per la prima volta di Gesù Cristo. Per quanti accoglievano il kerigma, credendo in Gesù e facendosi battezzare, seguiva la catechesi, che è l’approfondimento della conoscenza di Gesù. Oggi, solennità di Pasqua di risurrezione, la liturgia ci fa udire ancora una volta il kerigma della chiesa primitiva. In questo annuncio si parla di due protagonisti divini, Dio Padre e il Figlio suo Gesù Cristo, e di due protagonisti umani, scelti da Dio, i profeti e gli apostoli. Di Dio Padre si dice che ha operato in Gesù Cristo, all’inizio della sua missione pubblica: “Dio consacrò in Spirito santo e potenza Gesù di Nazaret”, durante: “...perchè Dio era con lui”, e dopo la sua morte: “...ma Dio lo ha risuscitato...”. Di Gesù si dice che durante la sua missione terrena “passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo”, ed ora dopo la sua risurrezione “chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome”. I protagonisti umani sono i profeti che hanno preannunciato gli eventi salvifici riguardanti Gesù Cristo, e gli apostoli che ne sono stati i testimoni storici. Chi accoglie il kerigma, credendo in Gesù Cristo e unendosi alla sua Pasqua mediante il battesimo, riceve il perdono dei peccati. Nella seconda lettura Paolo tira le conclusioni di questa nostra unione alla Pasqua di Cristo: “Se siete risorti con Cristo,…rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”. Le cose di lassù, come si ricava dal seguito del discorso dell’apostolo, sono i sentimenti e gli atteggiamenti dell’uomo nuovo, Gesù Cristo, di cui siamo stati rivestiti nel battesimo. Le cose della terra sono i sentimenti e gli atteggiamenti dell’uomo vecchio, di cui siamo stati spogliati sempre nel battesimo. Noi siamo venuti in questo mondo con una natura corrotta, chiusa a Dio e incline al male. Nel battesimo siamo stati rivestiti di una natura nuova, aperta a Dio e disponibile alla sua Parola e al suo Spirito. Questo cambiamento deve essere consolidato ogni giorno, scegliendo i sentimenti e gli atteggiamenti di Gesù Cristo, e rinnegando i sentimenti e gli atteggiamenti dell’uomo vecchio. L’uomo vecchio tende a riaffiorare in noi, perché la nostra natura, sebbene guarita dal battesimo, è comunque indebolita. Ogni giorno dobbiamo spogliarci dell’uomo vecchio che tende a ricomparire in noi e rivestirci di Cristo, mediante l’ascolto delle Scritture, l’esercizio della preghiera e la forza trasformante dei sacramenti. In questo modo vivremo da figli di Dio, riflettendo dalla nostra vita la vita terrena di Cristo per poter riflettere un giorno la sua vita gloriosa.


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01/04/2012 Domenica delle Palme

Vangelo: Passione di Nostro Signore



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25/3/2012 - VI domenica di Quaresima

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.
Parola del Signore

Meditazione
Informato da Filippo e da Andrea che alcuni Greci vogliono vederlo, Gesù esclama: “
E’ venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato”. A Cana di Galilea, quando la Madre lo aveva informato che mancava il vino, aveva risposto: “Non è ancora giunta la mia ora”. E quando un giorno era scampato alle insidie dei nemici, l’evangelista aveva annotato che : “Non era ancora giunta la sua ora”. Adesso, dopo aver sentito che questi Greci lo cercano, Gesù esclama: “E’ venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato”. Gesù sente che sta per avvicinarsi l’ora della sua morte dolorosa e ignominiosa, quando donando la sua vita, come il chicco di grano che muore, per tutti gli uomini, risorgerà per attirarli tutti a sé. “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Questi Greci che ora cercano di vederlo, dopo la sua morte e risurrezione, si convertiranno a lui in massa. La morte di Gesù sulla croce è già di per se stessa una vittoria, perché Gesù muore amando e perdonando tutti gli uomini. Facendo così manifesta l’amore e il perdono di Dio che è più forte del peccato e della morte. Ecco perché Gesù non è rimasto in potere della morte, che non ha trovato in lui nulla di suo, ma è risuscitato per non morire mai più. La morte è entrata nel mondo a causa del peccato. Ma Gesù è l’innocente, che viene ad assumere la nostra morte per liberarci dal potere della morte. La vittoria della morte di Gesù si manifesta con l’attrazione che egli continua ad esercitare verso tutti gli uomini di buona volontà. Quest’attrazione non potrebbe spiegarsi se Gesù fosse rimasto in potere della morte e non fosse risorto. Un morto, che non vive più, non attira a sé più nessuno. Può certamente attirare della gente ai suoi insegnamenti o al suo esempio, come è avvenuto nel corso della storia con alcuni personaggi famosi. Ma non può attirare a sé nessuno, perché è morto. Un abisso crescente di tempo lo separa dalle generazioni future. Mentre Gesù, proprio ora che è morto, continua ad attirare a sé uomini, che sperimentano nella propria vita la sua presenza viva, la sua vicinanza, la sua amicizia, il suo amore. Quest’attrazione a sé non si potrebbe spiegare se Gesù non fosse risorto e se Gesù fosse un uomo come tutti gli altri. L’attrazione che Gesù continua ad esercitare su di noi che già crediamo e su quelli che crederanno è la prova che lui è davvero il Figlio di Dio, come ha affermato di se stesso, ed è davvero risorto, come aveva promesso e come gli apostoli hanno testimoniato. Nel momento stesso in cui muore vince il peccato e la morte, perché muore amando con il suo cuore di uomo e di Dio. La morte è l’ora della glorificazione di Gesù, in quanto mostra la presenza in lui di Dio che è amore. Questa presenza di Dio si è già manifestata nei miracoli compiuti da Gesù, ma si manifesterà al massimo grado nella sua morte di croce. Gesù infatti faceva i miracoli per amore verso gli uomini ammalati e bisognosi. Ora Gesù si prepara a morire sulla croce per amore verso gli uomini peccatori, condannati alla morte eterna. L’amore di Dio che Gesù ci manifesta è dono di vita. Gesù si è donato come il chicco di grano fino alla morte e Dio lo ha risuscitato per una vita nuova e senza fine. Anche noi che uniti a Gesù sperimentiamo il dono del suo amore, siamo chiamati a seguirlo facendo della nostra vita un dono d’amore.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”. “Chi ama la propria vita” è chi vive in questo mondo egoisticamente. Chi agisce così, perderà la propria vita, perché sarà infelice su questa terra e non parteciperà della vita senza fine. E quindi, pensandoci bene, non si ama davvero come vorrebbe. Mentre, colui che seguendo Gesù farà della sua vita un dono nel servizio dell’amore, “la conserverà per la vita eterna”. In fondo su questa terra siamo chiamati a donare la nostra vita nell’amore a Dio e al prossimo, per poterla riavere da Dio in eterno. Perché non solo ammirassimo ma potessimo anche di fatto vivere secondo l’esempio che ci ha dato, Gesù, risorgendo, ha effuso lo Spirito santo. Lo Spirito santo trasforma il nostro cuore malato di egoismo e di superbia, rendendolo simile a quello di Gesù. Lo Spirito santo trasforma il peso della legge di Dio che ci insegna l’amore autentico in un’esigenza di vita. Amando come Gesù, diventiamo sempre più sua immagine vivente e riflesso della gloria di Dio, strumento di cui egli si serve per attirare a sé gli uomini di buona volontà.


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18/03/2012 - IV domenica di Quaresima

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio»”. Parola del Signore

Meditazione
Gesù fa un parallelismo tra il serpente di bronzo che Mosè innalzò nel deserto e il suo innalzamento, cioè la sua crocifissione. Nel libro dei Numeri si narra che il popolo peccò per l’ennesima volta, mormorando contro Dio e contro Mosè. Allora comparvero dei serpenti velenosi, che mordevano la gente e morì un gran numero di persone. Il popolo venne da Mosè, riconoscendo il proprio peccato, e chiedendogli di pregare Dio perché allontanasse quei serpenti. Dio ordinò a Mosè di fabbricarsi un serpente di bronzo e di porlo su un’asta. Chiunque, dopo essere stato morso da uno di quei serpenti, avesse guardato il serpente di bronzo, sarebbe rimasto in vita. Il serpente di bronzo era per il popolo il segno della salvezza di Dio. Guardando il serpente di bronzo doveva fare un atto di fede in Dio. Così ora Gesù afferma che chiunque guarderà con fede a lui crocifisso, non va incontro alla condanna e alla morte ma partecipa della stessa vita divina: ha la vita eterna. Dobbiamo innanzitutto notare che il serpente di bronzo era immagine di Gesù crocifisso e che Dio concedeva in anticipo al popolo il perdono dei peccati che Gesù avrebbe guadagnato per tutti gli uomini con la sua morte di croce. Non era dunque l’effige del serpente che salvava dalla morte il popolo, ma Gesù Cristo crocifisso, di cui il serpente posto su un’asta era una lontana immagine. Dio dava così al popolo peccatore un assaggio di quella misericordia, che poi avrebbe donato a noi in abbondanza. Con la sua misericordia Dio interveniva, allora, a liberare il popolo dalla morte temporale, provocata dai morsi dei serpenti velenosi. Con la sua misericordia, Dio interviene ora per noi, che guardiamo con fede a Gesù crocifisso, a liberarci dalla morte eterna. Infatti noi tutti a causa dei morsi del demonio, pecchiamo in tanti modi: in pensieri, parole, opere e omissioni. Siamo peccatori e come tali dovremmo essere condannati da Dio a subire le conseguenze dei nostri peccati su questa terra e poi alla morte eterna. Con il peccato disobbediamo alla voce di Dio che ci parla nella coscienza e ci parla nella chiesa di cui facciamo parte. Come Adamo ed Eva e come il popolo d’Israele nel deserto, cediamo alle suggestioni del serpente tentatore. Ma Dio nel suo grande amore per noi peccatori ci ha donato il Figlio, lo ha consegnato nelle nostre mani, lasciando che lo inchiodassimo alla croce. Nella morte di croce di Gesù si manifesta l’orrore dei nostri peccati e l’amore di Dio per noi. Gesù ha preso su di se i nostri peccati e li ha espiati con la sua morte. Se crediamo in lui Figlio di Dio, morto per noi, se crediamo che in lui si manifesta l’amore di Dio per noi, siamo liberati dalla condanna dei peccati e dalla morte e partecipiamo della vita di Dio. Quando Gesù parla di fede non intende soltanto un assenso intellettivo, ma anche l’accoglienza dell’amore che Dio ci dona in lui e l’affidamento della nostra vita a lui. La fede biblica ha sempre questi tre aspetti inscindibili: assenso, accoglienza, affidamento. Mediante l’assenso riconosciamo i nostri peccati e l’amore di Dio, mediante l’accoglienza ci lasciamo amare da Dio, mediante l’affidamento poniamo la nostra vita nelle mani di Dio, obbedendo a lui che ci parla nel Figlio suo Gesù. Se noi crediamo in Gesù in questo modo non andiamo inconto alla rovina della morte e alla condanna di Dio, ma siamo salvati, partecipando della stessa vita divina. Dio ha mandato Gesù con questa volontà di salvezza: “
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Ma poiché siamo liberi di accettare o rifiutare la mano tesa di Dio, nel caso la rifiutassimo, ci condanneremmo da soli alla rovina della morte: “Chi non crede è già stato condannato”. Non è Dio che ci condanna: Dio giustifica. Non è Gesù Cristo che ci condanna, lui che è morto perché avessimo la vita eterna. Siamo noi stessi a condannarci nelle tenebre della morte, rifiutando la luce di Dio. Chi infatti non crede in Gesù crocifisso, che cioè è il Figlio di Dio morto per i peccatori, e non riconosce in Gesù crocifisso l’orrore dei suoi peccati, e non si pente e non si lascia amare da Dio, sceglie di rimanere nei suoi peccati che lo condurranno alla rovina. “Invece chi fa la verità viene verso la luce”, riconosce i suoi peccati, riconosce l’amore di Dio in Gesù Cristo, e si affida a lui. Se agiamo in questo modo, appare chiaramente che le nostre opere sono state fatte in Dio, sono cioè sotto la sua guida. Dio infatti che ha mandato il Figlio per salvarci, mediante la fede ci attira a lui, perché possiamo essere salvati.


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11/3/2012 - III domenica di Quaresima

Dal Vangelo secondo Giovanni
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo”. Parola del Signore

Meditazione
Il gesto di Gesù e la sua risposta ai Giudei, che gli chiedono una segno, preannunciano la fine del tempio e del culto antichi. Abbiamo ascoltato che Gesù scccia dal tempio i venditori con i loro animali che servivano per i sacrifici nel tempio. Non scaccia solo i venditori ma anche gli animali: “
Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”. Gli animali servivano per i sacrifici prescritti da Dio stesso nella legge. Tuttavia, già i profeti avevano insegnato che Dio gradisce l’obbedienza più del sacrificio. E per bocca di Isaia il Signore dice di non gradire i sacrifici del popolo impenitente. Nell’Antica Alleanza Dio prescrisse nel suo culto i sacrifici di animali, per un atto di accondiscendenza, in quanto costituivano in quel tempo il modo con cui gli uomini si rivolgevano alla divinità. Mediante i sacrifici Dio si proponeva di insegnare al popolo qual è il vero sacrificio a lui gradito: l’obbedienza. Così gli antichi sacrifici dovevano preannunciare il sacrificio di Cristo, obbediente al Padre fino alla morte di croce. Con il suo gesto Gesù scaccia venditori ed animali, sia per contestare l’antico culto ridotto ad una pura formalità e sia per annunciarne la fine. Gesù preannunciava che non sarebbero più stati offerti a Dio sacrifici di cose. Parlando poi della distruzione del tempio del suo corpo, che i Giudei e i discepoli non capirono, preannunciava la fine dell’antico tempio. Alla samaritana, che gli domandava dove bisognasse adorare Dio se nel tempio di Gerusalemme o nel tempio del monte Garizim, Gesù rispose: “E’ giunto il momento ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità”. Nel culto nuovo che Gesù inaugura sulla croce, tempio e sacrificio coincidono nella persona di Gesù. E’ lui il vero tempio di Dio, in cui Dio abita in mezzo a noi; è lui il vero sacrificio gradito a Dio, con l’obbedienza della sua vita fino alla morte di croce. Nel battesimo noi siamo stati uniti a Gesù come i tralci alla vite, come le membra al corpo, diventando insieme a lui tempio di Dio. Siamo chiamati ora in unione a Gesù Cristo, la Verità, nello Spirito santo, a fare della nostra vita un sacrificio di obbedienza a Dio. La nostra partecipazione all’eucaristia mentre ci unisce al sacrificio di Cristo, ci dà la forza di rendere ogni atto della nostra vita un sacrificio di obbedienza a Dio. Abbiamo ascoltato che “molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero…Ma lui, Gesù, non si fidava di loro…”. Questi che credono a Gesù, lo fanno ancora con una fiducia umana, perché sono rimasti colpiti dai suoi miracoli, non perché hanno capito chi egli sia. La loro fede semplicemente umana è instabile e soggetta a venir meno. Hanno bisogno di essere ammaestrati interiormente da Dio, per poter riconoscere come Pietro che Gesù è il Figlio di Dio. Ma anche noi che abbiamo riconosciuto Gesù come Figlio di Dio abbiamo bisogno di crescere e di maturare nella nostra fede. Nelle sue lettere l’Apostolo parla di principianti, i critiani ancora piccoli nella fede, e di perfetti, i cristiani che seguono Cristo sulla via della croce. Sulla scorta di queste parole, la tradizione della chiesa, ha individuato nel cammino della vita cristiana tre stadi: quello dei principianti, quello dei progredienti e quello dei perfetti. Lo stadio dei principianti è caratterizzato dalla lotta contro il peccato mortale, che consiste nella disobbedienza deliberata ai dieci comandamenti. Quando il cristiano con l’aiuto della grazia e con il suo impegno elimina dalla propria vita il peccato mortale, passa allo stadio dei progredienti. Questo stadio è caratterizzato dalla crescita nell’amore di Dio e del prossimo. Lo Spirito santo guida l’anima ormai divenuta docile alle sue ispirazioni e alle sue mozioni. Lo stadio dei perfetti è segnato dalla partecipazione sperimentale alla croce di Cristo, mediante l’esperienza di prove, sofferenze ed umiliazioni. Non solo comprendiamo che Gesù crocifisso è sapienza e potenza di Dio nella sua apparente debolezza e stoltezza, ma partecipiamo della debolezza e della stoltezza di Cristo, diventando per gli altri sacramento di Gesù crocifisso che attira gli uomini a sé mediante la croce. Questo spiega perché tanti uomini che hanno accettato le loro sofferenze come partecipazione alla croce di Cristo, hanno attirato tante persone a lui sia mentre erano su questa terra sia adesso che sono nel cielo. Penso a Padre Pio e a Giovanni Paolo II, tanto ricercati quando erano su questa terra e le cui tombe ora sono meta ininterrotta di gente. Si realizza quello che dice l’Apostolo nella seconda lettura: “Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”.


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04/03/2012 – II domenica di Quaresima

Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. Parola del Signore

Meditazione
Sul monte ai tre discepoli in visione Gesù mostra quello che avevano confessato con la fede: la sua gloria di Figlio di Dio. I discepoli conoscevano Gesù perché stavano con lui e lo seguivano dovunque andava. Essi vedevano in Gesù un uomo speciale capace di compiere prodigi e di affascinare le folle con la sua parola. Quando un giorno Gesù chiese loro che cosa pensassero di lui, Pietro a nome degli altri confessò: “
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Come dirà Gesù stesso, Pietro ha scoperto la sua vera identità non con le sue capacità umane, ma perché si è lasciato ammaestrare da Dio Padre mediante la fede. Ora, Gesù, sul monte, manifesta in visione ai tre discepoli quello che avevano confessato con la fede.
In un momento Gesù manifesta la gloria di Figlio di Dio nascosta nella sua umanità: “
Fu trasfigurato…e le sue vesti divennero splendenti…”. I testimoni che raccontarono all’evangelista l’accaduto non seppero trovare le parole giuste per descriverlo. Si limitarono a dire che “nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche”. Come a dire che il candore delle vesti di Gesù non è umano ma divino e perciò è indescrivibile. Gesù mostra in anticipo ai tre discepoli la visione della sua gloria che è riservata a tutti noi quando passeremo da questo mondo a lui. Nella visione i discepoli vedono accanto a Gesù “Elia e Mosè che conversavano con lui”. I profeti e la legge, l’Antico Testamento, conversavano con Gesù. Poi interviene anche la voce del Padre ad ammonire i discepoli: “Ascoltatelo!”. Tutti sono concordi con Gesù, l’Antico Testamento e Dio stesso che lo ha ispirato. Ma in che cosa l’Antico Testamento concordava con Gesù? In che cosa di particolare i discepoli devono ascoltare Gesù?
Dopo che Pietro a nome di tutti lo aveva riconosciuto come Figlio di Dio, Gesù aveva incominciato a parlare della sua sofferenza e della sua morte di croce. Ma i discepoli non comprendevano queste parole. Non capivano quale legame ci potesse essere tra il Figlio di Dio e la sua sofferenza. Gesù constata che i suoi discepoli non sono pronti ad accettare la sua croce e teme che, quando lo vedranno sofferente ed umiliato, potranno smarrirsi del tutto. Comprende anche che se non sono disposti ad accettare la sua croce tanto meno accetteranno la propria croce. Gesù infatti dopo aver parlato della sua croce aveva parlato anche della croce dei discepoli: “
Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Così nella trasfigurazione Gesù mostra in visione ai tre discepoli la sua gloria di Figlio di Dio per prepararli ad accettare la croce. Quando di lì a poco lo avrebbero visto “
senza apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, come uno davanti al quale ci si copre la faccia”, avrebbero dovuto ricordarsi della sua gloria e della promessa che aveva fatto di risorgere il terzo giorno. Nella trasfigurazione Gesù voleva insegnare ai discepoli e a noi quale sarà la meta finale della nostra vita: la visione beatifica della sua gloria e la nostra partecipazione alla sua gloria. Ma voleva pure insegnare che solo passando per la croce possiamo arrivare alla gloria. Anche a noi il Signore fa fare esperienze di trasfigurazione, sebbene senza visione. Abbiamo ascoltato le sensazioni che i discepoli provano contemplando la gloria di Gesù: benessere e spavento. Benessere, perché la visione di Dio è la meta di tutte le nostre aspirazioni. Spavento, perché ancora non siamo pronti a contemplarla direttamente, a causa dei nostri peccati, di cui dobbiamo purificarci. Nelle nostre esperienze di trasfigurazione non vediamo la gloria di Gesù direttamente, ma la sperimentiamo nei segni della sua presenza mediante i benefici che produce in noi. A volte mentre meditiamo le Scritture, anche noi ci sentiamo ardere il cuore come i discepoli di Emmaus. Altre volte, stando in adorazione davanti a Gesù Sacramentato, svaniscono tutte le nostre inquietudini e proviamo tanta serenità. A volte dopo aver aiutato qualcuno, proviamo una vera e propria soddisfazione. Sono tutti momenti di trasfigurazione in cui sperimentiamo che Gesù è con noi e davanti a noi nei segni sacramentali e in noi stessi che siamo le sue membra. Altre volte facciamo invece esperienza della croce in tutte le sue forme di disagio: ingratitudine, solitudine, rifiuto, abbandono, incomprensioni, malattie e sofferenze di ogni genere. In tutte queste esperienze dobbiamo saper riconoscere Gesù Cristo in noi e noi stessi partecipi della sua croce. Su questa terra viviamo nell’alternanza di momenti di trasfigurazione e momenti di croce, fino all’alternanza finale quando alla nostra morte farà seguito la gloria del cielo che Gesù ci darà se avremo ascoltato la sua voce, rimanendogli fedeli. La croce ci purifica e ci prepara alla visione della gloria divina, che potremo così comtemplare senza paura. Essendo ancora in cammino non esaltiamoci quando sperimentiamo la trasfigurazione e non avviliamoci nel momento della croce. Dobbiamo affidarci a Dio sempre, come ha fatto Abramo, soprattutto quando non comprendiamo la sua logica. Dio è fedele alle sue promesse, niente gli è impossibile. Dopo averci donato il Figlio, che è il bene più grande, sicuramente di darà la gloria della risurrezione e della vita eterna, che sono beni inferiori rispetto a quello che già ci ha donato.
Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?”.


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26/2/2012 – I domenica di Quaresima

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Parola del Signore


Meditazione

Quando Gesù proclamava “il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino»”, gli uomini che lo ascoltavano e volevano convertirsi dovevano accogliere lui e credere in lui. Per evitare che gli uomini si sbagliassero sul regno di Dio e su chi dovessero acogliere, Gesù stesso si mise a chiamare a seguirlo gli uomini che vedeva ben disposti. L’annuncio di Gesù risuona oggi tra noi per mezzo della chiesa: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio èvicino”. Il tempo che stiamo vivendo è incominciato con la venuta di Gesù e si concluderà con la sua manifestazione gloriosa. E’ il tempo della realizzazione delle antiche promesse. Dio, come aveva promesso, viene a visitare gli uomini e a salvarli. A Noè aveva promesso che le acque del diluvio non avrebbe più inondato la terra per uccidere gli uomini peccatori. Con questo mostrava di non volere la morte dei peccatori, ma la loro conversione. Quelli che accoglievano Gesù, si volgevano a lui e credevano in lui come inviato da Dio, venivano salvati. Quelli che oggi accolgono la chiesa, si volgono alla chiesa in cui Gesù continua a parlare e ad operare, e credono che la chiesa è strumento di Gesù Cristo, vengono salvati. Noi siamo qui appunto perché abbiamo accolto la predicazione della chiesa e abbiamo creduto che Gesù opera in essa. Mediante il battesimo siamo entrati a far parte della chiesa, la famiglia di Gesù, siamo stati uniti a lui come i tralci alla vita, siamo stati liberati dal peccato e dalla morte, siamo diventati figli di Dio. Su di noi è disceso lo stesso Spirito Santo che è disceso su Gesù, e che ci fa rivolgere a Dio chiamandolo “Padre”. Come Gesù si lascia guidare dallo Spirito, così dobbiamo fare anche noi, se vogliamo vivere da figli di Dio. Abbiamo ascoltato che “lo Spirito lo sospinse nel deserto”. Lo Spirito Santo spinge Gesù a cercare uno spazio di solitudine e di silenzio per poter stare in dialogo intimo con il Padre. Se ci lasceremo guidare dallo Spirito Santo come Gesù, anche noi sentiremo ogni giorno il bisogno di avere degli spazi di solitudine e di silenzio per ascoltare la Parola di Dio e per potergli rispondere con la preghiera. Il contatto continuo con Dio, mediante l’ascolto della sua Parola e la nostra risposta nella preghiera, ci apre la mente per riconoscere le suggestioni del demonio e ci dà la forza per poterle respingere. Il demonio ci tenta, a volte direttamente, altre volte indirettamente attraverso la mentalità corrotta del mondo. Se trascuriamo l’intimità con Dio, perdiamo anche la luce per riconoscere gli inganni del demonio. Abbiamo bisogno di conversione, di rinsaldare o riannodare l’amicizia con Gesù e con la sua chiesa e di riprendere il dialogo con Dio nostro Padre. Questo per noi è possibile tutti i giorni della nostra vita sulla terra. Se è da un po’ di tempo che non preghiamo più, possiamo sempre ricominciare. Se siamo in peccato mortale, possiamo riacquistare la vita divina accostandoci al sacramento del perdono. Mediante questo sacramento siamo liberati dalle catene del peccato e ristabiliti nella libertà dei figli di Dio. Ci sono dei periodi dell’anno liturgico in cui la chiesa ci invita con più forza a convertirci. Questo invito vale per tutti i credenti, sia per quelli che sono in peccato mortale, i quali nella conversione devono ricominciare daccapo il loro cammino interrotto, sia per quelli che sono già in comunione con il Signore, ma non ancora in modo perfetto e defintivo. Su questa terra non saremo mai completamente convertiti, perché il demonio, la carne e il mondo seppure non ci distolgano del tutto dal Signore, tuttavia riescono a distrarci anche solo con i pensieri.
In questi giorni di quaresima dunque risuona con forza l’annuncio e l’invito di Gesù: “
Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”. Volgendoci alla Chiesa e credendo che nei suoi sacramenti opera veramente Gesù Cristo, noi possiamo riannodare l’amicizia con lui e con Dio Padre, ricevendo ancora una volta quello Spirito che abbiamo rattristato e cacciato con i nostri peccati. Se in avvenire vogliamo evitare di cedere alle lusinghe del demonio, dobbiamo lasciarci guidare dallo Spirito Santo come Gesù. Lo Spirito ci sospinge a cercare l’intimità con Dio Padre, ascoltando la sua Parola e rispondendogli con la preghiera. La comunità cristiana attraverso i vari momenti di incontro di questa quaresima ci vuole aiutare a saper riconoscere i suggerimenti dello Spirito di Dio e a saper entrare in dialogo con lui. Gesù, rafforzato dall’intimità con il Padre, non cede ai suggerimenti di satana come fecero Adamo ed Eva e come fece il popolo d’Israele nel deserto. Gesù rimane fedele a Dio, per questo è in armonia con tutto il creato: “Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano”.


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12/2/2012 - VI domenica per Annum B

Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte”.
Parola del Signore

Meditazione
Nel libro del Levitico la Legge prescriveva che il lebbroso stesse con le vesti stracciate e il capo scoperto, in atteggiamento di penitente. Doveva vivere lontano dalla comunità e nel caso avesse incrociato qualcuno doveva gridare: “Impuro! Impuro!”, per evitare che avvicinandosi restasse contagiato. In quel tempo la gente pensava che ogni malattia fosse la diretta conseguenza di un peccato. Più grave era la malattia, più grave si riteneva fosse stato il peccato. La lebbra era dai tempi antichi fino a tempi più recenti una malattia incurabile e contagiosa. Conduceva il malato progressivamente alla morte mediante la decomposizione del corpo. Il Signore, partendo da questa concezione popolare che la malattia fosse conseguenza del peccato, soprattutto con la terribile malattia della lebbra, voleva educare il popolo a comprendere la gravita del peccato. Se le malattie destavano paura e la lebbra destava in particolare orrore, non doveva destare ancora di più paura ed orrore il peccato che si credeva ne fosse la causa? Col progredire della rivelazione Dio insegnò al popolo che le malattie non sono sempre conseguenza diretta del peccato. Nell’Antico Testamento nel libro di Giobbe viene narrata la vicenda di un uomo giusto e timorato di Dio, che soffre non a causa dei propri peccati ma perché mediante le prove risaltino ancora di più la sua giustizia e la sua fedeltà a Dio. Nel capitolo 53 di Isaia si parla di un misterioso servo sofferente del Signore, giudicato dalla gente un castigato, mentre soffre da innocente per i peccati degli uomini. Leggendo questo capitolo di Isaia abbiamo la descrizione della passione di Gesù ottocento anni prima che avvenga. Sebbene il progredire della rivelazione avesse insegnato che non tutte le sofferenze sono effetto del peccato, a livello popolare, soprattutto nel caso della lebbra, prevaleva ancora la vecchia concezione. Il lebbroso avvicinandosi a Gesù non gli chiede di guarirlo ma di purificarlo: “
Se vuoi, puoi purificarmi!”. Chiede a Gesù di liberarlo dal peccato e dalla lebbra, che si credeva ne fosse la conseguenza. Gesù si commuove e lo guarisce: “Lo voglio, sii purificato”. Al comando di Gesù scompare la lebbra e il peccato: “…egli fu purificato”. Riflettendo con attenzione, il Signore mediante il decorso di questa malattia un tempo così terribile ci offre ancora oggi un’immagine del decorso del peccato. La lebbra conduceva il malato progressivamente alla morte. A motivo della sua contagiosità il malato veniva radiato dalla società. Questa malattia provocava la morte sociale e la morte fisica. Nel caso del peccato le conseguenze molto più gravi avvengono sul piano spirituale. Il peccato mortale conduce il peccatore progressivamente alla morte eterna e lo separa dalla società dei credenti, che nel credo viene chiamata comunione dei santi. Si tratta di una separazione che non è sempre visibile, come nel caso dei peccati nascosti. Il peccatore, che non è pentito, anche se viene in chiesa e si accosta all’eucaristia, resta comunque staccato dalla comunione con Dio e con la sua famiglia, che è appunto la chiesa. Per capire oggi la gravità del peccato mortale possiamo prendere come immagine la malattia più temuta nel nostro tempo, ossia il tumore. Il tumore in molti casi conduce inesorabilmente alla morte del corpo. Altre volte, invece, se viene preso in tempo, può essere curato. Il peccato mortale conduce alla morte eterna, ma può essere curato sempre, purchè il peccatore ricorra ai sacerdoti di Cristo. Mentre il tumore non sempre è curabile, e tuttavia il più grave danno che può provocarci è la perdita di questa vita che, un giorno finirà comunque, il peccato mortale può esesre curato sempre, purchè lo vogliamo, e in caso non venisse curato nell’arco di questa vita provocherebbe la dannazione eterna. Il Signore Gesù che ha compassione di noi peccatori ci ha lasciato un rimedio semplice ed efficace, alla portata di tutti quelli che lo vogliono. Si tratta del sacramento della Penitenza, in cui ci vengono donati i frutti delle redenzione di Cristo: il perdono e la pace. Noi siamo stati liberati dal peccato una prima volta nel Battesimo e siamo liberati tutte le volte che ricorriamo sinceramente pentiti al sacramento della Penitenza. L’Apostolo ci ricorda che, vivendo in comunione con Dio, dobbiamo fare tutto per la gloria di Dio. La gloria indica la presenza di Dio che si rende percepibile per gli uomini. Per rendere gloria a Dio dobbiamo compiere opere che lo manifestino agli altri. Le opere che manifestano Dio sono le opere animate dalla sua carità. Sono le opere buone che Gesù ci ha insegnato, fatte con retta intenzione, cioè per piacere a Dio e per servire il prossimo. Quando noi compiamo opere buone in questo modo, che sono belle all’esterno e all’interno, si realizza l’esortazione di Gesù: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Le opere buone fatte con retta intenzione riflettono l’amore di Dio e sono capaci di attrarre altre persone a lui. Se da una parte dobbiamo rendere gloria a Dio, dall’altra dobbiamo evitare gli scandalo: “Non siate motivo di scandalo…”. Noi siamo di scandalo, cioè facciamo inciampare gli altri, quando facendo il male diamo cattivo esempio e trasciniamo gli altri nel nostro errore. A tal proposito l’Apostolo altrove ci insegna che possiamo essere motivo di scandalo anche quando compiamo azioni indifferenti, che per noi non sono peccato ma possono diventarlo per i deboli che ci dovessero imitare. Dove imparare ad agire così con questa carità così attenta al prossimo, in modo da evitare gli scandali e dare sempre gloria a Dio? Innanzitutto guardando a Gesù e poi ai suoi testimoni di ieri e di oggi. “Diventate miei imitatori – diceva l’Apostolo – come io lo sono di Cristo”. Nella misura in cui imitiamo Gesù Cristo possiamo essere di esempio agli altri. Non mancano esempi luminosi di testimonianza cristiana nel nostro tempo. Penso tra i più conosciuti a Madre Teresa e a Giovanni Paolo II. Facciamo riferimento a Gesù e ai suoi testimoni e impareremo a dare gloria a Dio e ad edificare i fratelli in tutto.


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5/2/2012 - V domenica del tempo Ordinario

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Parola del Signore

Meditazione
Abbiamo ascoltato nella prima lettura il lamento di Giobbe che vede deperire la sua vita a causa della malattia. Il libro di Giobbe costituisce un punto di avanzamento della rivelazione biblica a proposito della sofferenza. Gli uomini dell’antichità vedevano un legame di causa-effetto tra il peccato e la sofferenza di qualsiasi sorta. Se l’uomo soffriva il motivo era da ricercare in qualche suo peccato personale. Nel caso di Giobbe invece si tratta di un uomo giusto e timorato di Dio che viene provato con la sofferenza perché appaia in modo più vistoso la sua giustizia. Giobbe infatti durante la sua malattia si lamenta con Dio ma non si ribella, continuando ad aver fiducia in lui: “
Ricòrdati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene”. La Scrittura ci insegna che la sofferenza di ogni specie è entrata nel mondo a causa del peccato, ma alla luce dell’esperienza di Giobbe non sempre è conseguenza diretta di un peccato personale. Abbiamo ascoltato nel vangelo che Gesù quel sabato sera guarì i malati e gli indemoniati che gli portarono. Ma quando la mattina seguente Pietro gli disse che tutti lo cercavano Gesù rispose: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. Si comportò allo stesso modo con la folla che aveva assistito alla moltiplicazione dei pani. La folla, dopo essersi saziata, andò in cerca di Gesù per farlo re. Ma egli si ritirò sul monte tutto solo in preghiera. Quando poi la folla riuscì a trovarlo, Gesù le disse: “Non cercate il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna”. La folla lo cercava per il miracolo dei pani, sperando che Gesù lo ripetesse. La gente lo cerca per avere ancora miracoli di guarigioni. Ma Gesù non è venuto principalmente per portare la guarigione del corpo, anche se la dà a molti malati di quel tempo. Non è venuto per risolvere il problema della fame del mondo, anche se moltiplica per ben due volte i pani e sfama la gente che lo segue. Quelli che cercano da Gesù solo la guarigione del corpo e la soluzione del problema alimentare, pensano solo al corpo e a questa terra. Cercano da Gesù una salvezza solamente terrena. Se Gesù fosse venuto incontro a queste esigenze, avrebbe avuto un enorme successo. In fondo è questa la via che gli suggerisce il demonio con le tre tentazioni. Gesù è venuto a portare la salvezza di Dio, che mira a liberare l’uomo dalla radice del male, che è il peccato, cioè il distacco da Dio. Contemporaneamente Gesù fa conoscere all’uomo la sua vera natura, fatta non solo di corpo ma anche di anima, e la sua vera vita che non si esaurisce su questa terra ma continuerà in eterno nel paradiso. Gesù, dunque, non va incontro a quelli che lo cercano per avere da lui solo una salvezza terrena, se ne va altrove a predicare il vangelo. Egli stesso poi accetterà la sofferenza e la morte che gli vengono inflitte, trasformandole in uno strumento di salvezza. Con la sua sofferenza e la sua morte ha redento il mondo. D’ora in poi la sofferenza dell’uomo non è più senza senso se guardata alla luce della croce di Cristo. L’uomo che soffre non è più solo, la sua sofferenza non è più soltanto sua, perché Gesù Cristo è con lui e soffre con lui. Certo non ogni uomo che soffre è consapevole di questo. Ci sono tanti uomini che ancora non conoscono Gesù Cristo. La sofferenza di quelli che non conoscono Gesù Cristo è veramente triste. Da qui l’urgenza di annunciare il vangelo perché ogni uomo conosca Gesù Cristo e credendo in lui ottenga la salvezza.
Bisogna dire anche che come fece durante la sua vita terrena, così Gesù continua anche oggi a guarire tanti malati. Sono davvero innumerevoli i miracoli di guarigione che avvengono nella chiesa. Sia i malati miracolati, sia gli altri malati, apparentemente trascurati, hanno da compire una missione di salvezza. I miracolati mostrano la potenza del Signore che ha operato nella loro vita, i secondi, ripresentando nella loro vita Gesù crocifisso, mostrano che la potenza del Signore è l’amore. Paolo ha sperimentato nella sua vita la salvezza di Gesù, che lo ha trasformato da persecutore dei cristiani in apostolo del vangelo. Ha sperimentato la salvezza di Gesù anche nella liberazione da tante difficoltà terrene ma sopratutto nella croce che deve portare. Ha chiesto al Signore di liberarlo, ma si è sentito rispondere: “
Ti basti la mia grazia, perché la mia potenza si manifesta nella debolezza”. La sua unica preoccupazione diventa quella di portare il maggior numero di uomini a fare la sua stessa esperienza di salvezza. “Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io”. Noi rendiamo più sicura la nostra salvezza quando portiamo altre persone ad incontrare Gesù Cristo.


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29/1/2012 - IV domenica per Annum - B

Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea”. Parola del Signore

Meditazione

La gente è colpita da Gesù sia per quello che dice e sia per come lo dice: “Un insegnamento nuovo, dato con autorità”. Gesù è venuto a rivelare in pienezza il mistero di Dio e il suo progetto di salvezza per tutti gli uomini. Quindi insegna delle cose nuove che completano gli insegnamenti di Mosè e degli altri profeti, confluiti nelle Scritture dell’Antico Testamento. Gesù stesso dirà: “Non sono venuto ad abolire la Legge e i Profeti ma a dare compimento”. A differenza di Mosè e degli antichi profeti, che pure parlavano a nome di Dio, Gesù parla come uno che ha autorità. Quelli introducevano i loro discorsi al popolo, premettendo: “Così dice il Signore”. Gesù invece in modo diretto afferma: “Io vi dico”. Questo modo di parlare di Gesù potrebbe sembrare a primo acchito una presunzione o peggio ancora una bestemmia Difatti alcuni lo accusavano di bestemmiare, perché, a loro modo di vedere, si attribuiva delle prerogative che spettavano solo a Dio. La liberazione dell’indemoniato, di cui abbiamo ascoltato nel vangelo di oggi, come gli altri miracoli compiuti da Gesù nel corso della sua missione, mirano ad avvalorare la sua autorità. I presenti, sentendolo parlare, coglievano un senso d’autorità che emanava da lui. I segni compiuti da Gesù con la sua parola confermano la sua autorità davanti alla gente: “Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. Non si tratta di un’autorità soltanto ostentata ma di un’autorità reale. Così dopo la moltiplicazione dei pani, “la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!»”. Nella prima lettura, Mosè aveva preannunciato la venuta di questo profeta speciale: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me”. Nel corso della storia Dio aveva suscitato tanti profeti, ma mai nessuno era stato grande come Mosè. Il popolo viveva dunque nell’attesa della venuta di questo profeta speciale, pari a Mosè. A ben vedere Gesù è infinitamente più grande di Mosè, sia per la sua natura divina, sia per il suo insegnamente che rivela l’interiorità di Dio. Ma sarà pari a Mosè perché per mezzo di lui Dio stabilirà la Nuova Alleanza come per mezzo di Mosè aveva stabilito l’Antica Alleanza. Mosè era stato il mediatore dell’Antica Alleanza. Per mezzo di lui Dio aveva dato la legge e il culto al popolo d’Israele, rendendolo suo popolo. Gesù è il mediatore della Nuova Alleanza. Per mezzo di lui Dio darà ai credenti lo Spirito Santo, costituendoli nel nuovo popolo di Dio, che è la Chiesa. Tutto quello che Gesù ha detto ed ha fatto con la sua autorità è passato alla Chiesa. Nella Chiesa nel nome di Gesù vengono espulsi i demoni, guariti i malati e soprattutto perdonati i peccati. Nella Chiesa viene proclamata ogni giorno la parola di Gesù, quella stessa parola che indica la via della vita e libera dal male. L’Apostolo Paolo si rivolge ai cristiani di Corinto, con la consapevolezza di parlare a nome di Gesù. Con il suo discorso non vuole spingere tutti i cristiani al celibato e alla verginità per il regno dei cieli. Egli sa bene che “ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro”. Perciò alcuni sono chiamati al matrimonio, altri alla continenza per il regno dei cieli. L’Apostolo piuttosto si propone di insegnare agli sposi cristiani a comportarsi degnamente, rimanendo fedeli al Signore, senza distrazioni. Il pericolo della vita matrimoniale è che gli sposi non si preoccupino di piacere innanzitutto al Signore. Si tratta di un pericolo, quindi non è detto che avvenga sempre così. Paolo ne parla come se avvenisse sempre così per mostrare il limite della vita matrimoniale. Così come non è detto che i celibi e le vergini si preoccupino sempre di piacere solo al Signore. Paolo ne parla come se fosse sempre così, per evidenziare il vantaggio del celibato e della verginità per il regno dei cieli. Il discorso di Paolo è indirizzato agli sposi cristiani, a cui addita l’esempio dei continenti, che si preoccupano di piacere al Signore. Gli sposi devono avere la stessa preoccupazione. La tentazione degli sposi è che cerchino innanzitutto di piacersi e poi di piacere al Signore. Non è sbagliato che cerchino di piacersi, ma che mettano al primo posto questa preccupazione. Quando gli sposi si preoccupano di piacere innanzitutto al Signore, a lungo andare scopriranno non solo di piacersi di più, ma cosa più importante di amarsi di più. Infatti, amando sopra ogni cosa Colui che li chiama a formare una cosa sola, saranno portati ad amarsi di più e meglio. Il pericolo dunque non è che gli sposi cerchino di piacersi, ma di piacersi in modo frivolo e terreno, cosa che non rafforza la loro unione ma la indebolisce. Amando il Signore sopra ogni cosa, tutti i legami terreni vengono rafforzati e resi stabili, capaci di durare nel tempo. Da dove ci accorgiamo che Paolo parla a nome di Gesù e quindi con la sua stessa autorità? Ce ne accorgiamo dal fatto che dice con parole diverse quello che Gesù aveva già detto: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propri vita, non può essere mio discepolo”. Come nell’Antica Alleanza i profeti parlavano con autorità quando annunciavano la parola di Dio, così anche nella Nuova Allenza tutti parlano con autorità quando annunciano la parola di Dio. Perciò chi non ascolta la parola dei profeti di ieri e di oggi, sapendo che è parola di Dio, non disprezza una parola umana, ma la stessa parola di Dio. “Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto”.


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